datterini e totani e nota verde, l’apparenza inganna


In questi giorni Ostia ha vissuto da protagonista il festeggiamento dei 110 anni della Harley Davidson, oltre 160 mila moto  si sono spostate dal centro di Roma verso il litorale e dalla mia terrazza sentivo il rombo dei motori; le moto percorrevano il lungomare e tutte le vie di Ostia.
Non sono appassionata di moto, ma l’Halrey è un mito! Uno stile di vita!

Le due ruote, i tatuaggi, le barbe e capelli incolti, i giubbotti lisi e carichi di spillette, inducono a pensare che il motociclista sia una canaglia che trascorre il suo tempo a bere birra, tirare spinelli e bestemmiare.

L’apparenza inganna.

Beh, qualche canna girava, le birre non mancavano ma il linguaggio era misurato e composto.

Sono stati tre giorni di festa, il quartiere ha accolto migliaia di visitatori e bagnanti, musica, fuochi d’artificio e tre chilometri di lungomare destinati al “parcheggio” delle motociclette, una vetrina del panorama mondiale di gioielli che attraversando il tempo  raccontano la storia di quest’ultimo secolo.

gli accessori

lo scenario.

Secondo me, si abbina molto bene questa ricetta, perchè il tocco di verde non è il prezzemolo ma il basilico che aggiunto a crudo, sprigiona tutto il suo aroma e apporta una nota di freschezza, lo preferisco al prezzemolo che abitualmente si usa nelle preparazioni di pesce.

Datterini e totani con basilico

occorrente per la ricetta:
totani piccoli e freschi, puliti
almeno 5 pomodori datterino per ogni totano
foglie di basilico
evo
zucchero
aglio
vino bianco secco
sale, pepe

  • le quantità le decidi tu, stacca la parte con i filamenti e taglia a rondelle il corpo dei totani, lava e asciuga bene
  • taglia a metà i datterini emettili nella padella calda con un filo d’olio e spicchi d’aglio,  fai appassire con un pizzico di zucchero, a fiamma medio-bassa per qualche minuto
  • aumenta la fiamma e versa i totani, fai insaporire per qualche secondo e versa il vino, fai sfumare e abbassa la fiamma al minimo, cuoci per dieci minuti, a quel punto saranno teneri, aggiusta di sale e pepe a tuo piacere
  • servi in piatti con il basilico fresco appena tagliato.

per concludere ……. poteva mancare? :)

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bufala con bottarga, basilico rosso e datterini


Che giorno è oggi?
un giorno in meno nel conto alla rovescia per la vacanza
Perchè, quanto manca?
quasi un mese
Cessu!!! voleranno questi giorni e la terrazza è ancora sottosopra!!! Cessu!!!

La mattina davanti alla finestra: io con il mio caffè, Lui con il suo cappuccino, guardiamo il mare e ci teniamo per mano.

Devo darmi da fare altrimenti le povere piante rischiano di crollare per la ruggine se non la vernicio.
Devo darmi da fare altrimenti il povero tavolo e le sedie di legno non vedranno un filo d’acqua se non sistemo l’impianto d’irrigazione.
Devo darmi da fare altrimenti la povera inghiera si seccherà se non gli passo l’impregnante.

Potrei anche darmi da fare se prima riordinassi le idee,  altrimenti dove vado con questa confusione in testa?

Pausa.

Mentre cerco di riflettere, respiro profondamente, mi guardo intorno, apro il frigorifero e ……. mi preparo la cena, poi ci sarà tempo anche per le idee.

Mozzarella di bufala con datterini
e pioggia di bottarga, il basilico rosso è uno sfizio

occorrente per una disorientata come me: con gesti lenti e pigri, prendi la mozzarella e lascia scolare il siero, affetta qualche datterino, prendi una bella foglia di basilico dalla pianta in terrazza e dal vaso vicino stacca anche una fogliolina di basilico rosso.

Disponi la mozarella nel piatto insieme ai pomodori che avrai condito con un filo d’olio e fiocchi di sale Falksalt, aggiungi un trito di basilico e decora con foglioline di basilico rosso, per finire …….  rullo di tamburi ……. una buona pioggia di bottarga grattata e le idee prenderanno il giusto ordine, ma solo quando avrai gustato questo piatto.

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mormora con frutta seccca e pepe del paradiso per “pane e pomodoro”


Quando vado al mercato la prima sosta è al banco del pesce, non posso sottrarmi al forte legame che ho con il mare e i suoi gustosissimi inquilini e il primo pensiero che mi ritorna alla mente è per lo zio Giuseppe, noto come Peppino per gli amici e per tutta la famiglia.
Era un “personaggio” che non avevo compreso, per le sue storie stravaganti dove i protagonisti combinavano pasticci e per rendere credibile il racconto giurava fossero  suoi compaesani e avrei potuto chiedere conferma perchè erano anche miei parenti; riusciva sempre a stupirmi e farmi ridere di gusto, tanto che alla fine della “favola” io quasi gli credevo.
Un pomeriggio estivo, mentre trascorrevo le vacanze dai nonni materni, avevo poco più di sette anni, mi portò a pescare i ricci.
Il percorso per arrivare alla spiaggia  fu molto breve, un chilometro in discesa sulla bicicletta senza freni, gli tenevo le braccia intorno al collo poggiata sulle sue spalle, con i piedi in equilibrio sul portapacchi proprio sopra la ruota posteriore. Il mio stato di incoscenza era esattamente pari a quella di mio zio, ma lui aveva cinquanta anni.

Una volta in spiaggia ci dirigemmo verso gli scogli, Peppino aveva una sacca piccola e leggera, gli tenevo la mano grande e ruvida e un suo passo corrispondeva a tre dei miei. Gli facevo mille domande su come avrebbe pescato i ricci, saltellando per stargli a fianco, lui correggendomi disse: li peschiamo insieme; mi fece sentire grande, iniziai a fantasticare su ricci giganti che avrei mangiato per tutta l’estate e ne avrei regalato a tutto il paese.

Gli scogli erano grandi pietre levigate dal mare e come una scimmietta mi arrampicai facilmente per raggiungere il punto indicato per la pesca, ero impaziente.
Una lunga canna con mulinello e la lenza con l’esca o la fiocina, che avevo visto usare dai miei fratelli, era l’idea che avevo in mente ma  non corrispondeva all’attrezzatura che mio zio tirò fuori dalla sacca: pane secco,  crosta di formaggio e una grattugia di metallo.
Mi era stato insegnato a non mettere mai in discussione l’operato degli adulti e con il massimo rispett,o un poco intimidita, gli chiesi cosa avrebbe fatto di quelle cose, con un cenno del capo mi fece capire che avrei dovuto aspettare in silenzio per la risposta.

Il rito ebbe inizio, sbriciolò il pane e lo fece cadere lentamente sul pelo dell’acqua, allungavo la mano per imitarlo, allora mi cedette le briciole e mi guidò nell’operazione che durò diversi minuti; zitta zitta (difficile trattenermi) e speranzosa che qualcosa accadesse, lasciavo cadere le molliche ed esprimevo lo stesso desiderio: riccio sali, riccio sali, riccio sali.
Il pane finì.
L’attesa fu lunghissima per me e Peppino cercò di ingannarla raccontando un “fatto” (traduzione dalla lingua sarda), uno dei suoi; ora non ricordo bene quale fosse, ma iniziavano tutti così: “si dice e non si dice, chissa e chi non lo sa, come quella volta che ……” e io dimenticavo tutto per ascoltarlo.
Dopo il suo racconto, afferrata la grattugia e la buccia di formaggio, le sfregò facendo scivolare i riccioli di crosta sulla parete della roccia che si immergeva nell’acqua, “i ricci si chiamano così perchè un giorno tuo zio Anacreto aveva fato cadere il formaggio sui pesci, a loro il formaggio non piaceva e si sono trasformati in palle spinose, nere e verdi, per questo ti devi sempre ricordare che il pesce non và d’accordo con il formaggio, mai metterli insieme”, oggi gli credo, i due sapori insieme non sono mai stati di mio gusto.

Mi sporsi, con il viso a pelo d’acqua e con gli occhi ben aperti, guardai verso l’interno dello scoglio, per lo stupore espirai tutta l’aria che avevo nei polmoni e sollevando la testa verso di lui gridai “i ricci camminano sullo scoglio, salgono, salgono”; mi asciugò la faccia con la sua manona rugosa e mi fece segno di stare in silenzio per non spaventarli, poi mi chiese di cantare una canzone mentre i ricci sarebbero entrati dritti dritti dentro il sacco che aveva accanto.

Cantare? forte o piano? Piano piano disse, vicino all’acqua così ti sentono: “una mattina mi son sveglaito o bella ciao bella ciao …….” iniziò così che vidi affiorare i ricci, e mentre lui li afferava, io imparai la canzone del Partigiano, o parmigiano come lui voleva farmi credere.

Oggi al mercato spiccava la mormora, pescetto cugino del dentice e sarago, tutti della famiglia delle Sparidae. Ermafrodita, nasce di sesso maschile per trasformarsi negli anni in sesso femminile, si riproduce nel periodo tra giugno e luglio, raggiunge la sua maturità sessuale dopo i due anni, ha una vita media di dodici anni e la taglia media del pescato è dai venti ai venticinque centimetri. Simile di sapore all’orata e alla spigola ma con qualche spina in più.

Questa ricetta è dedicata, come da qualche tempo uso fare, a Silvia, che aveva suggerito di introdurre nelle nostre abitudini il “lunedì senza carne”; scambiandoci idee e preparazioni abbimo condiviso il gusto per l’accostamento di ingredienti dolci e salati a base di frutta; voglio ringraziarla per le sue ricette dalle immagini solari, perchè a guardarle sono piene di luce e di buon umore.

Mormora con albicocca, uvetta e pinoli
al pepe
della Guinea

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occorrente per due commensali:
1 mormora da 600gr
1 grande cipolla bianca
20gr di pinoli
20gr di uvetta
2 albicocche secche non disidratate (morbide)
2 cucchiai di aceto di vino bianco
fiocchi di sale naturali Falksalt
pepe al mulinello della Guinea
1 cucchiaio di zucchero semolato
evo

  • affetta la cipolla a julienne e fai stufare in tegame con un filo di olio, mezzo bicchiere d’acqua un pizzico di sale per quindici minuti circa, fino a quando la cipolla avrà assorbito il liquido e sarà trasparente, a questo punto aggiungi pinoli e uvetta, un cucchiaino di aceto e lo zucchero, cuoci ancora per dieci minuti sempre a fiamma bassa
  • apri il filetto senza pelle, condisci con una spruzzata di pepe e qualche goccia d’olio, arrotola intorno a mezza albicocca secca e metti sulla placca da forno rivestita con la carta
  • pulisci e sfiletta la mormora: ad un filetto togli la pelle, l’altro taglialo a trancetti e cuoci in forno con la pelle verso l’alto insieme al rotolino con l’albicocca, a 180° e quando la pelle diventa croccante puoi sfornare
  • sul piatto disponi la salsa di cipolla con sopra i tranci dalla pelle croccante, l’involtino all’albicocca e guarnisci con fiocchi di sale e qualche goccia di aceto balsamico

Il pepe della Guinea chiamato anche grani del paradiso è il frutto della pianta “Aframomum Meleguetta” della famiglia del cardamomo, da cui prende anche parte del suo aroma, incrociato con quello del pepe.

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dolci alici per “ostriche”


Spesso si crede che la realizzazione di una pietanza innovativa appartenga esclusivamente a chi l’ha prodotta e ne debba essere geloso e non condividerla.

Per sintetizzare un mio concetto: la cucina è di tutti. Per questo motivo mi piace dedicare le ricette.

Oggi voglio rivolgermi a Francesca, vicina di blog e amica di cucina, “viaggiatrice” in cucina, lei esplora i territori e riporta storie di cibo e d’arte, mi coinvolge nei suoi percorsi che illustra con delicatezza e sussurra ricette preziose.

Dolce alice
le ciliegie con il pesce

DSCF3923occorrente per due commensali:
12 alici fresche senza lisca
20 ciliegie mature senza nocciolo
succo di un limone
fiocchi di sale Falksalt
pepe al mulinello
1 cucchiaino di zucchero
aceto balsamico
erba cipollina fresca tritata
evo.

  • metti le alici pulite e asciutte in un recipiente, fai marinare con il succo del limone e il sale  per 15 / 20 minuti, scola e asciuga bene con carta da cucina, poi condisci con abbondante olio, una presa di sale e pepe e fai riposare fino al momento di servire
  • frulla dieci ciliegie con lo zucchero e poi filtra e tieni la coulis da parte
  • taglia a piccoli pezzetti le altre ciliegie e condisci con l’erba cipollina, un filo d’olio, poco sale e qualche goccia di aceto balsamico, mescola a fai riposare per dieci minuti
  • versa nel piatto una piccola dose di salsa di ciliegie, disponi le alici arrotolate e scolate dal condimento e con un piccolo cucchiaino farcisci con il trito di ciliegie, decora con le cips di code e fiocchi di sale.

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foie gras e ciliegie, tono su tono


E’ successo anche a me.
di che segno sei? mi sa tanto che tu sei …….
Non lo so e non lo voglio sapere il tanto che sono, non ho interesse all’ascendente, alle case, cuspidi e trigliceridi! NO! lasciatemi nella mia ignoranza e nella convinzione di essere un delfino con ascendente cammello.

Anni fa ho subito anche un colloquio di lavoro, dove la domanda che avrebbe potuto far decidere la mia candidatura è stata: e lei di che segno è?
Non credo nell’astrologia, nella chiromanzia, nella pranoterapia. Credo nella fragilità dell’individuo, nei suoi limiti e nella sua esistenza; non delego ad altri la mia sorte, non cerco divinità cui chiedere soccorso.

Voglio essere un colore.
A me piace tanto il blu, penso blu, vivo blu, vesto e mi sento blu, perché non posso essere il colore blu?
è un colore primario, elegante, alla vista non crea stati d’ansia, anche i daltonici lo riconoscono, evoca il mare e il cielo.

Io vivo in blu e in tutti i suoi toni.

Ma ci sono colori che sulla tavola creano disagio e diffidenza: il nero, il marrone e il blu, soprattutto se presentati in forma di crema!!!!! :)
Quanto più reale è il colore del cibo, maggiore sarà la disponibilità all’assaggio.
E cosa voglio farti assaporare oggi?

Il rosso e il rosa, tono su tono di ciliegie e foie gras.

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occorrente:
8 ciliegie intere, pulite e asciutte
4 fette di pane sciapo
80 gr di foie gras

  • con il coppa pasta ritaglia quattro dischi dalla mollica del pane e fai tostare leggermente
  • togli il nocciolo a quattro ciliegie e taglia la polpa a dadini
  • taglia con il coppa pasta quattro dischi di foie gras, dello spessore uguale al pane
  • disponi sopra  i dischi di pane le ciliegie a dadini e sovrapponi il fegato d’oca e utilizza le rimanenti ciliegie per decorare.

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